Lo spam update di settembre non ha colpito i testi scritti con l'AI: ha colpito le pagine fatte in serie per scalare Google senza dare niente a chi le legge, e oggi la maggior parte di quelle pagine la scrive un modello. Sembra una sfumatura, ma da questa distinzione dipende come conviene usare l'AI per scrivere da qui in avanti.
Cosa è successo, in date
Google ha avviato l'aggiornamento il 24 settembre 2026, su tutte le lingue e in tutti i paesi, e lo ha chiuso l'8 ottobre. Sono quasi quattordici giorni, contro i tre al massimo degli altri tre spam update dell'anno (marzo, giugno e agosto). Google non ha detto cosa colpisce, e non lo dice quasi mai. Tutto quello che leggete su un "bersaglio AI" è un'interpretazione di chi l'ha scritto, compresa la nostra.
Attorno all'aggiornamento ci sono però tre fatti messi per iscritto. Il 15 maggio Google ha chiarito che le sue regole sullo spam coprono anche i tentativi di manipolare le risposte dell'AI generativa nella Ricerca, cioè AI Overviews e AI Mode. Il 28 agosto ha cambiato il modo in cui applica in Europa la regola sull'abuso della reputazione di un sito (la sezione di un sito autorevole affittata a contenuti di terzi che con quel sito non c'entrano). Il 1 ottobre, a update ancora in corso, ha aggiornato la guida sui contenuti generati con l'AI.
Cosa ha visto chi aveva siti con testi AI
TJ Digital, un'agenzia americana che fa scrivere all'AI la prima stesura di tutti i contenuti dei suoi clienti e li fa rivedere da persone, ha confrontato i dati di Search Console di circa cento siti nei giorni prima e dopo l'update: dall'11 al 21 settembre e dal 9 al 19 ottobre, saltando le due settimane in cui l'aggiornamento era in corso. Per separare l'update dalla stagione ha confrontato ogni sito anche con le stesse settimane del 2025.
Il sito tipico ha chiuso con circa il 6% di clic in meno rispetto all'andamento dell'anno prima, e i siti con oscillazioni forti (più del 20%, in su o in giù) sono stati il 32%, contro il 48% delle stesse settimane del 2025. Nessun sito è crollato. Sulle ricerche dove la posizione era rimasta uguale i clic sono scesi lo stesso, del 12%, e altrettanto le ricerche del nome del brand: meno clic perché meno persone cercavano, non perché Google avesse retrocesso le pagine. Le 287 pagine scritte con l'AI e pubblicate o aggiornate da fine agosto sono passate da 1.059 a 1.302 clic (più 23%), e quelle nuove da 306 a 571.
Due dettagli mi sembrano utili anche per chi non ha cento siti. Le pagine fatte con un modello, come quelle per ogni città o per ogni sede, non hanno perso niente rispetto al resto del loro sito: secondo l'agenzia perché descrivono sedi, programmi e immobili veri invece di ripetere la stessa pagina cambiando il nome del posto. E le ricerche lunghe, da otto parole in su, sono andate il 7% peggio del resto del sito, mentre quelle da una o due parole il 5% meglio: è quello che ci si aspetta se le domande lunghe e discorsive passano sempre più alle risposte AI invece che ai risultati di ricerca.
Va letto per quello che è: un'agenzia che vende contenuti scritti con l'AI ha tutto l'interesse a dire che l'AI non viene punita, e i suoi clienti sono attività vere con contenuti rivisti, non il genere di siti che uno spam update dovrebbe colpire. Proprio per questo il dato dice poco su chi pubblica pagine in serie, e molto su chi lavora come loro. La loro conclusione è che Google sta colpendo il flusso di pagine a basso valore create per manipolare i risultati, e che l'AI è semplicemente il modo principale in cui oggi quelle pagine vengono prodotte.
L'unico campione grande e indipendente uscito finora è di Diib, che su 32.569 siti ha misurato quanta parte delle visite arriva dalla ricerca di Google: nei primi tre giorni dell'update i siti che avevano perso metà o più di quella quota erano il 10%, contro il 5% della settimana prima. È una lettura fatta dopo tre giorni su quattordici, e Diib stessa la chiama "una prima lettura, non un verdetto".
È la stessa cosa che dice la regola di Google sull'abuso di contenuti in serie (in inglese "scaled content abuse"): il problema sono molte pagine generate soprattutto per manipolare il posizionamento, "a prescindere da come vengono prodotte". Fra gli esempi c'è l'uso di strumenti di AI generativa per creare molte pagine senza valore per l'utente, ma accanto ci sono pratiche che con l'AI non hanno niente a che fare: risultati di ricerca o feed trasformati con sinonimi e traduzioni, testi presi da pagine diverse e cuciti insieme, più siti aperti per nascondere quanto si produce, pagine piene di parole chiave che a leggerle non hanno senso.
La frase che conta, nella guida del 1 ottobre
La novità vera dell'autunno non è l'update, è una riga della guida aggiornata: secondo Google è "fondamentale verificare a mano e rivedere tutti i contenuti generati con l'AI, per accuratezza e affidabilità, prima di pubblicarli". La guida spiega anche il perché, senza giri di parole: i modelli generativi non recuperano fatti, prevedono la sequenza di parole più probabile, e per questo possono scrivere cose false con lo stesso tono di quelle vere.
Il controllo non riguarda solo il testo. La guida nomina il title della pagina, la meta description, i dati strutturati e il testo alternativo delle immagini, perché sono le parti che finiscono direttamente nei risultati di ricerca. È il punto che si salta più spesso: chi rilegge l'articolo raramente rilegge la meta description o il markup delle FAQ, che spesso sono proprio le righe che un motore mostra o cita.
Due dettagli per chi vende online. Le immagini prodotto generate con l'AI caricate su Merchant Center devono portare nei metadati l'indicazione che sono generate (il campo IPTC "TrainedAlgorithmicMedia"), e titoli e descrizioni prodotto scritti con l'AI vanno segnalati come tali. Per tutti gli altri Google suggerisce, senza imporlo, di spiegare ai lettori come è stato creato un contenuto quando la domanda è ragionevole.
Perché riguarda anche le risposte delle AI
Chi lavora sulla visibilità nelle AI è tentato di pensare che queste regole riguardino solo i dieci link blu. Dal 15 maggio non è più così: un tentativo di manipolare AI Overviews o AI Mode rientra nelle regole sullo spam come una pagina truccata per il ranking classico. In più AI Overviews e AI Mode lavorano sulla Ricerca di Google: è difficile immaginare che una pagina retrocessa come spam resti una buona fonte per le sue risposte.
Lo avevamo scritto parlando di dove conviene pubblicare: pochi contenuti veri nei posti giusti valgono più di molti contenuti nel posto sbagliato. L'update di settembre dice la stessa cosa dal lato di Google. Cento pagine quasi uguali, una per ogni variante di parola chiave, non sono una strategia GEO, sono un rischio messo a bilancio.
La checklist che usiamo prima di pubblicare un testo scritto con l'AI
Questa è la lista che seguiamo noi, ricavata dalle regole di Google e dagli errori che abbiamo visto fare più spesso. Non garantisce nessun posizionamento, serve a non dare a Google motivi per considerarti spam.
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Una pagina, una domanda vera. Prima di scrivere chiediti quale domanda di un cliente reale questa pagina risolve e se un'altra pagina del sito la risolve già. Se esiste, aggiorna quella. Due pagine sulla stessa domanda si fanno concorrenza e, moltiplicate per cento, sono il caso di scuola delle pagine in serie.
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Almeno una cosa che solo tu puoi scrivere. Un dato tuo, un caso di un cliente, un errore che hai fatto, un prezzo vero, una foto del magazzino. Se togliendo il nome del brand il testo potrebbe stare sul sito di un concorrente, non aggiunge valore a nessuno: l'AI lo ha costruito con quello che già esiste in rete, e Google lo sa.
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Ogni fatto ha una fonte che hai controllato tu. Numeri, nomi, date, certificazioni, caratteristiche di prodotto. Il modello scrive con sicurezza anche quando inventa. Se un numero non sai da dove viene, toglilo: una frase senza numero è meglio di un numero falso.
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Rileggi anche quello che non si vede. Title, meta description, testo alternativo delle immagini, domande e risposte delle FAQ e dati strutturati. Sono le righe che Google mostra nei risultati, e chi rilegge solo l'articolo se le perde.
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Una persona che firma. Un autore vero, con una pagina che dice chi è e perché sa di cosa parla. Il testo può averlo scritto un modello, la responsabilità di quello che dice resta di una persona.
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Il ritmo lo decide la qualità. Pubblicare cinquanta pagine in una settimana dopo mesi di silenzio è il segnale tipico di una produzione in serie. Meglio poche pagine al mese che reggono la checklist, che tante pagine che non la reggono.
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Niente scorciatoie per le AI. Pagine riscritte solo per farsi riprendere dai motori, recensioni e citazioni piazzate su siti terzi, testi con dentro istruzioni per i modelli: dal 15 maggio sono spam anche per Google, e quello che oggi funziona domani può diventare il motivo per cui un dominio perde credibilità.
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Se hai già pagine in serie, decidi cosa farne. Unisci quelle che rispondono alla stessa domanda, arricchisci quelle che hanno traffico, togli dall'indice quelle che non servono a nessuno. La stessa regola di Google lo chiede: se ospiti contenuti di questo tipo, escludili dalla Ricerca.
Cosa non sappiamo
Google non ha detto cosa ha colpito l'update, e non lo dirà. I tracker di terze parti hanno visto più movimento del solito, ma nello stesso periodo si sovrappongono stagionalità e altri aggiornamenti, e l'analisi su cento siti di un'agenzia è un campione, non una statistica. Non sappiamo nemmeno se Google sia in grado di riconoscere un testo scritto con l'AI, e secondo noi non è la domanda giusta: la guida e le regole sullo spam non chiedono chi ha scritto il testo, chiedono se serve a qualcuno.
È il modo in cui abbiamo costruito il content writer di GeoSuite: scrive solo con i fatti del brand che GeoSuite conosce e con i dati di mercato che ha misurato, un secondo modello rilegge la bozza e toglie quello che non ha una fonte, e insieme al testo ti restituisce la lista dei fatti usati, così il controllo che chiede Google lo fai in pochi minuti invece di rifarlo da capo. La firma, quella, resta tua.
